RIFLESSIONE

La morte stabilisce una distanza netta, quasi un vallo naturale, tra chi se ne va e chi resta. È una separazione che non lascia appigli: da una parte c’è la vita che continua, dall’altra un silenzio definitivo.

Eppure, per chi resta, qualcosa non si interrompe del tutto. La scomparsa continua a vivere nella memoria, nei ricordi che riaffiorano senza essere chiamati, nei piccoli gesti quotidiani che, quasi senza accorgercene, ripetiamo anche per lei. È come se gli concedessimo una forma di sopravvivenza, fragile e limitata: una piccola immortalità. Piccola perché destinata a esaurirsi nel giro di poche generazioni, quando anche chi lo ha conosciuto non ci sarà più. E allora tutto, inevitabilmente, scivolerà nel tempo.

Chi ha fede immagina un’altra prospettiva, più ampia, dove questa immortalità non conosce fine. Ma anche senza spingersi così oltre, rimane il fatto che tra il vivo e la morta qualcosa persiste. Il rapporto cambia forma: perde la concretezza della presenza, la voce, la possibilità di toccarsi e parlarsi. Si fa più essenziale, più silenzioso, ma non per questo scompare. Continuiamo a rivolgerci a lei, a pensarci insieme, a interrogarci su cosa direbbe, su come guarderebbe le cose.

Fin qui, tutto sembra ancora comprensibile.

Ma a un certo punto il pensiero si arresta.
Perché, se è vero che noi manteniamo vivo il legame, è altrettanto vero che dall’altra parte non arriva nulla. Nessun segnale, nessuna risposta. Lei tace. E questo silenzio, così assoluto, mette in crisi tutto il resto.

Ci scopriamo allora a portare avanti da soli qualcosa che un tempo era condiviso. Parliamo, ricordiamo, custodiamo — ma senza che ci sia un ritorno. E il dubbio nasce inevitabile: ciò che continuiamo a chiamare rapporto lo è davvero, oppure è solo una costruzione nostra, un modo per colmare un vuoto che non accettiamo?

Forse la risposta sta proprio in questo scarto.
Il rapporto, così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più. Non c’è più reciprocità, non c’è scambio. E tuttavia ciò che è stato non si dissolve del tutto. L’altra, in un certo senso, è entrata a far parte di noi. Vive nel modo in cui ci orientiamo, nei pensieri che facciamo, nelle scelte che compiamo senza renderci conto di quanto siano anche sue.

Non arrivano segnali dall’esterno, è vero.
Ma qualcosa continua a parlare dall’interno.

E così resta questa contraddizione difficile da sciogliere: lei è silente, irrimediabilmente silente.
Eppure, nella nostra vita, non è mai completamente assente.

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